RESTANTE di Antonio Tropiano

Tra gli scultori che negli ultimi anni si sono maggiormente distinti in Italia, Antonio Tropiano occupa una posizione singolare. La sua ricerca nasce dall’incontro tra una rigorosa formazione umanistica e una pratica scultorea fondata sulla tradizione della lavorazione del legno, portata a un livello di estrema precisione tecnica e densità concettuale.

Come scrive il curatore Alberto Dambruoso, Tropiano ha impresso «un nuovo impulso alla scultura contemporanea attraverso una visione capace di coniugare con sapienza ed equilibrio pensiero e forma». Una ricerca nella quale la tradizione della scultura lignea raggiunge «gradi di elevatissimo rigore compositivo».

La mostra “Restante” presenta a Venezia quattro opere realizzate negli ultimi anni, capaci di sintetizzare questa particolare attitudine. Sono sculture che, secondo Dambruoso, riescono a «esprimere concetti alti attraverso forme semplici», come un appendiabiti, una foglia di fico o un sacchetto di carta per il pane, e che sorprendono anche per una qualità tecnica tale da far pensare all’intervento di un macchinario.

Il titolo “Restante” rimanda al frammento che sopravvive all’usura del tempo, ma anche a ciò che emerge dalla sottrazione. Per Tropiano la scultura è infatti un «campo di possibilità infinite», nel quale persino «gli scarti, le schegge di legno cadute a terra dopo i colpi di scalpello», apparentemente perdute, diventano ciò che ha reso possibile la presenza di ciò che resta. Il vuoto è quindi parte integrante dell’opera. Non assenza, ma possibilità, luogo dell’eventuale.

«Il vuoto per uno scultore è quel luogo delle cose in cui tutto esiste per compiere la libertà del suo gesto».

È su questa idea che si concentra anche la lettura di Cenoscopio, una delle quattro opere in mostra: un sacchetto di carta stropicciato al cui interno una lente invita lo spettatore a guardare nel vuoto. Un vuoto che, osserva Dambruoso, «non è assenza, ma essenza del contenere».

Le quattro sculture affrontano temi diversi ma legati da una comune capacità di trasformare oggetti e forme quotidiane in dispositivi di pensiero.

Edenismi, una gigantesca foglia di fico rinsecchita ricavata dal noce, riflette sulla difficoltà contemporanea di distinguere vero e falso nell’epoca dell’informazione globale e dell’intelligenza artificiale.

Appendihabitat nasce durante la pandemia e presenta un alveare appeso a un appendiabiti: metafora di una comunità che, terminata l’emergenza, torna a disgregarsi. «Si è smesso di cantare e di abbracciarsi», ricorda Tropiano, «e il nostro senso di comunione ha fatto la fine di un impermeabile che, appena spiovuto è finito nell’appendiabiti».

Metà Morfosi porta all’estremo la mutazione dell’uomo contemporaneo, immerso in una società tecnocratica e iperconnessa, attraverso la trasformazione grottesca della mano in un’enorme chela di granchio.

Cenoscopio, infine, affronta direttamente il tema del vuoto e della possibilità del contenere.

Le opere, scrive Dambruoso, sono pensate per «stimolare nello spettatore l’insorgere di una coscienza critica», agendo come dispositivi capaci di rendere visibili aspetti della realtà che spesso non riusciamo a vedere.

È proprio questa fusione tra pensiero e gesto ad aver interessato Silvio Pasqualini, artista e animatore della Blue Gallery, da sempre impegnato sul concetto di tempo.

«Oggi l’artista deve essere un intellettuale», osserva Pasqualini: deve entrare nei significati e fare della propria opera uno strumento capace di significare. Tropiano, in questo senso, è una rarità: filologo di arte medievale e rinascimentale, saggista nel campo della storia dell’arte e delle lettere umanistiche, porta la propria formazione direttamente nella materia.»

«Scolpisce il linguaggio, il tempo e la memoria», sottolinea Pasqualini.

La sua ricerca unisce inoltre una straordinaria manualità a una profonda eredità familiare: il nonno di Tropiano era ebanista e falegname. Una tradizione che l’artista trasforma in una pratica contemporanea, legata anche alla memoria della Calabria, dello Ionio e della cultura mediterranea.

È questa centralità dell’agire umano a rendere particolarmente significativa la sua ricerca in un’epoca in cui strumenti digitali, intelligenza artificiale e macchine intervengono sempre più nei processi di produzione delle immagini e delle forme.

Per Pasqualini, Tropiano dimostra invece come sia ancora possibile «coniugare tradizione e assoluta innovazione e contemporaneità».

La mostra è curata da Alberto Dambruoso e Silvio Pasqualini, con un testo poetico di Teresa Murgida.