Manifattura giapponese. Netsuke, XIX secolo

“Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io…”. Una piccola barca, estratta dall’avorio e abitata da tre figure, attraversa il mare amoroso della poesia e approda nel nuovo garage BENTIVOGLIO. È uno dei più minuti oggetti della collezione di Palazzo Bentivoglio, e, come tutti gli oggetti e le forme che attraversano contesti, non è di certo sbagliato investirlo di nuovi significati, permettendogli di sopravvivere oltre la cultura che lo ha generato.

Questo netsuke giapponese del XIX secolo è il protagonista fino all’8 novembre della vetrina d’arte che ogni mese porta un frammento della collezione alla portata dello sguardo dei passanti di via del Borgo di San Pietro.

Nell’epoca della dittatura dell’immagine, il netsuke ricorda un altro modo di conoscere: non frontale, non immediato, ma tattile, palmare, segreto. Come un oggetto da tasca, invita a scoprire forme e storie attraverso i polpastrelli, portando l’osservatore a immaginare poco per volta le forme, i volti, i corpi, che l’intagliatore è riuscito a creare in questo microcosmo della precisione. Questo contatto minimo, quasi furtivo, riattiva ciò che la saturazione visiva sembra aver smarrito: l’immaginare come forma di resistenza.

Così, mentre le sue linee scorrono tra le dita, riaffiora l’eco antica del viaggio. Il mare ritorna elemento fondativo, come un orizzonte sempre da attraversare. E non resta che rimettersi per mare anche noi, come Hume nel suo “battello sconquassato, con l’intatta ambizione di tentare il giro del mondo nonostante queste disastrose circostanze”.

Il netsuke, sopravvissuto al tempo e alle iconografie che lo hanno generato, diventa allora, in vetrina, un piccolo esercizio di libertà dello sguardo. Non un capolavoro da museo, ma una pausa, una fenditura, un oggetto che chiede attenzione e silenzio, per ricordarci che i mondi si costruiscono anche a partire dalle cose più piccole.

garage BENTIVOGLIO proseguirà poi con nuove opere dalla collezione di Palazzo Bentivoglio, prima con Enej Gala e poi in occasione di Arte Fiera 2026 con Alberto Garutti, portando avanti la ricerca sulla costellazione di oggetti che abitano lo spazio tra l’istituzione museale e la vita quotidiana.