Come può l’arte aiutarci a raccontare storie polifoniche? Quali storie sono nascoste nelle fotografie storiche? E in che modo gli artisti contemporanei le hanno portate alla luce? Con Quasi un paradiso, il Museo Rietberg presenta una mostra collettiva che, per la prima volta, esplora in modo completo questo fenomeno nell’arte contemporanea globale. Artisti di fama internazionale provenienti di Africa, Americhe, Asia, Australia e Oceania lavorano con materiale visivo dell’era coloniale. Le loro opere indagano come tali immagini definiscano identità, storia, senso di appartenenza e come possano essere reinterpretate. Queste opere rivelano un potere di guarigione che trascende i contesti storici specifici e che può toccare ciascuno di noi.
Un gruppo di venti artisti rinomati esplora lo stato attuale di questo patrimonio fotografico attraverso quattro sezioni tematiche, agendo come archivisti, come contro-sguardo al punto di vista coloniale, come forze protettive e come potenti narratori che danno spazio a storie nascoste. Composte da fotografie, tessuti, film e sculture, le loro opere espandono i confini del medium fotografico e intrecciano domande legate alla propria identità e alle memorie collettive.
Ciò che le accomuna è un atteggiamento di speranza: la memoria rimane fluida e capace di resistere. Emerge così un cosmo visionario di immagini che sovverte le narrazioni familiari e mette in luce storie non raccontate. Cosa accadrebbe se questi mondi visivi diventassero reali? Possiamo ritrovare un tipo di paradiso quando la storia viene raccontata in polifonia? E quale potere esercitano le immagini che vediamo ogni giorno, prima ancora che iniziamo a interrogarle?
Sono state scattate milioni di fotografie dall’invenzione del mezzo, ma questa eredità rimane distribuita in modo diseguale. In molti luoghi al di fuori dell’Europa, mancano fotografie che documentino il passato delle comunità, offrendo risposte sulle loro origini, memorie, appartenenze. Senza fotografie, una parte della loro storia rimane nascosta. Nella prima sezione della mostra, gli artisti reagiscono a questa assenza creando i propri archivi. Le loro opere rendono visibile ciò che è stato tramandato – e ciò che è andato perduto.
Dinh Q. Lê. Cercando nei mercatini di Ho Chi Minh City le fotografie perdute della propria famiglia, ha scoperto migliaia di immagini appartenute a famiglie costrette alla fuga. In Crossing the Farther Shore, intreccia queste fotografie in grandi strutture cubiche che restituiscono un volto alle storie raramente raccontate della vita quotidiana nel Vietnam del Sud prima della guerra.
Rosana Paulino denuncia la mancanza di documentazione visiva delle persone nere nella memoria culturale brasiliana. La sua opera monumentale Parede da Memória ripete gli stessi undici ritratti 750 volte, rendendo impossibile ignorare le lacune della memoria collettiva.
Cédric Kouamé. Con The Gifted Mold Archive, esplora la materialità della fotografia. La mancanza di misure di conservazione in Costa d’Avorio ha fatto sì che molte fotografie si deteriorassero: questa decomposizione genera nuove composizioni e spazi inattesi per l’interpretazione.
La colonizzazione si è sviluppata parallelamente alla diffusione della fotografia in tutto il mondo. La macchina fotografica ha agito come uno strumento capace di rappresentare i popoli colonizzati come “altri”, come diversi. Queste immagini furono riprodotte in massa in riviste e cartoline, diventando parte integrante della nostra memoria visiva collettiva. Ma le immagini non si limitano a plasmare il modo in cui vediamo il mondo: stabiliscono anche ciò che crediamo di essere. Gli artisti presentati nella seconda sezione della mostra traggono forza e resistenza proprio da questi stereotipi coloniali. Cercano fotografie del passato, le decostruiscono e danno loro nuovi significati, reinterpretando ciò che era stato imposto come verità visiva.
Wendy Red Star. Nella serie Four Seasons, prende di mira con ironia e precisione le fotografie storiche dei nativi nordamericani. I suoi autoritratti messi in scena deridono l’idea romantica secondo cui gli indigeni vivessero in perfetta armonia con la natura: lo fa utilizzando paesaggi artificiali, fiori di plastica, erba sintetica e animali gonfiabili.
Omar Victor Diop. Nel progetto Being There, si inserisce retroattivamente in scene della vita quotidiana della popolazione bianca degli Stati Uniti degli anni ’50 e ’60. Con naturale sicurezza, appare in situazioni da cui, come uomo nero, sarebbe stato escluso a causa della segregazione razziale.
Yuki Kihara. Nel video First Impressions: Paul Gauguin, crea una satira in stile talk show. I partecipanti discutono in modo irriverente i dipinti tahitiani di Paul Gauguin, affrontando le sue rappresentazioni stereotipate del genere e sviluppando letture queer che ribaltano l’iconografia del pittore.
Nel corso del tempo, le fotografie storiche hanno spesso mostrato ingiustizie. In tutto il mondo, la macchina fotografica ha documentato lo sfruttamento dei corpi e della terra. Gli artisti della terza sezione reagiscono a queste immagini storiche con una forma di empatia radicale. Intervengono nelle fotografie, cercando di proteggere coloro che hanno subito ingiustizie davanti l’obiettivo. Queste opere ci ricordano che il passato non è davvero passato: le sue eco sono ancora avvertibili nel presente.
Sasha Huber. Mostra come le fotografie storiche possano essere “rammendate” nella serie Tailoring Freedom. Con un gesto di cura furiosa, utilizza una graffettatrice per intervenire sulle immagini realizzate dal naturalista svizzero-americano Louis Agassiz, che nel 1850 fece fotografare persone schiavizzate nude nel tentativo di sostenere la sua teoria della “gerarchia delle razze”. Le graffette perforano l’immagine, creando un’armatura che protegge i soggetti rappresentati, sottraendoli allo sguardo colonialista.
Nel 1882, il pittore e fotografo statunitense Thomas Eakins realizzò fotografie di una bambina nera nuda. Oggi, queste immagini rivelano quanto i corpi dei bambini neri fossero sessualizzati e oggettificati. Mary Enoch Elizabeth Baxter. Interviene in quel momento fotografico, utilizzando il proprio corpo come uno scudo protettivo per la bambina.
Zenaéca Singh. I suoi antenati furono condotti dall’India alla colonia di Natal (attuale Sudafrica) come lavoratori a contratto nelle piantagioni di zucchero. Per Singh, lo zucchero non è solo un soggetto artistico: è una materia viva della memoria familiare. Incorpora le fotografie della sua famiglia nel vetro di zucchero, creando immagini fragili e luminose che invitano a uno sguardo intimo sulla propria storia.
Le lacune nella storia scritta, le fratture nella propria biografia o le informazioni mancanti sulle persone raffigurate costituiscono il punto di partenza della sezione finale della mostra. Qui, gli artisti si basano sui metodi della critical fabulation sviluppati da Saidiya Hartman, in cui i vuoti della storia vengono colmati attraverso modalità immaginative. Gli artisti si dedicano a questa pratica visiva speculativa, che si costruisce a partire da frammenti storici, dando origine a scene in cui memoria e fantasia si intrecciano. Le figure rappresentate assumono nuovi ruoli, voci e identità. Gli artisti riescono così a liberare tali figure e a condurle in uno spazio ricco di possibilità, dove passato, presente e futuro si mescolano e dove, per un momento, il paradiso sembra a portata di mano.
Raphaël Barontini. La sua arte è popolata da eroine che la storia ha ignorato. La sua ultima opera è basata su Nobosudru, una donna proveniente dall’attuale Repubblica Democratica del Congo, il cui ritratto fu scattato durante un viaggio in Africa organizzato da Citroën nel 1924–25. In Europa, la sua immagine divenne un simbolo della figura della “donna africana”. Barontini immagina quell’incontro dal punto di vista di Nobosudru, invertendo lo sguardo coloniale. Non più soggetto passivo della rappresentazione, ma autrice della propria storia.
Andrea Chung. Rielabora il mito afrofuturista di Drexciya, secondo cui le donne africane incinte, gettate in mare dalle navi negriere, avrebbero dato alla luce bambini capaci di vivere sott’acqua. Questi bambini avrebbero fondato un regno sottomarino paradisiaco, dove il trauma della schiavitù si trasforma in una storia di sopravvivenza, resistenza e futurismo nero. Chung immagina un museo per gli abitanti di Drexciya. Nelle sue opere compaiono i volti di donne nere tratti da fotografie storiche della collezione del Museo Rietberg, restituendo loro nuova visibilità.
Il Museum Rietberg custodisce una vasta collezione di fotografie scattate in Africa e in Asia tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo. Tra queste vi sono documentazioni visive etnografiche e coloniali, nonché fotografie di studio realizzate da fotografi africani e asiatici. Queste fotografie costituiscono un sottile filo conduttore che attraversa tutte le sezioni della mostra e, nelle loro nuove opere, gli artisti vi hanno attinto per rendere visibili i messaggi nascosti in queste immagini.
Un film prodotto per una parte della mostra presenta le domande sollevate, le prospettive aperte e le interpretazioni offerte da questa collezione. Cattura momenti chiave di un workshop tenutosi presso il Museum Rietberg alla fine di marzo 2025, durante il quale artisti, ricercatori e curatori hanno studiato e lavorato insieme sulla collezione fotografica del museo.
In questo spazio, i visitatori sono inoltre invitati a riflettere sulle proprie fotografie. Che cosa possono dirci le immagini sulla nostra storia e sui nostri ricordi? In che modo la nostra capacità di ricordare è influenzata dall’osservazione delle fotografie? Cittadini di Zurigo ci hanno permesso di dare uno sguardo ai loro album fotografici personali, condividendo con noi le loro storie. Questi archivi visivi personali crescono nel corso della mostra, creando un nuovo spazio di polifonia visiva.
