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L’Area Studi Mediobanca presenta in occasione della terza edizione dell’Annual Fashion Talk il nuovo report sul Sistema Moda che aggrega i dati finanziari di 80 multinazionali del fashion e delle 177 maggiori Aziende Moda Italia. Viene fornito, inoltre, un approfondimento delle dinamiche più recenti e prospettiche del settore a livello mondialee nazionale.
I dati dei primi nove mesi del 2020 segnano per i maggiori player mondiali del fashion una riduzione del giro d’affari cinque volte maggiore di quella registrata dalla grande industria. Il mercato europeo ha sofferto, fortemente penalizzato dal blocco dei flussi turistici, mentre quello asiatico ha visto un calo più contenuto. In tutte le aree geografiche le vendite online hanno avuto un’accelerazione a doppia cifra. La crisi è stata più impattante sulle multinazionali europee del fashion rispetto a quelle statunitensi. Non mancano però alcuni segnali positivi nell’ultimo trimestre del 2020 quando i primi dati indicano un rimbalzo del fatturato a livello aggregato, con un ritmo di ripresa differente a livello geografico e a seconda delle specialità. Nel 2019 gli 80 maggiori player mondiali del fashion, con un giro d’affari superiore a 1 miliardo di euro, hanno fatturato 471 miliardi di euro, di cui il 56% generato dai gruppi europei e il 34% dai nordamericani. Fra i 38 gruppi europei, l’Italia con le sue big 10 è il Paese più rappresentato a livello numerico, ma è la Francia,con una quota del 36% del fatturato aggregato, ad aggiudicarsi il primato per giro d’affari. Al primo posto per giro d’affari tra i colossi mondiali c’è LVMH. Molto distanti Nike, Inditex, che controlla Zara, la tedesca Adidas, la svedese H&M, la giapponese Fast Retailing, che detiene il brand UNIQLO, ed Essilor Luxottica. Prima tra gli italiani Prada, al 34esimo posto in classifica.
Per il settore moda italiano la contrazione del giro d’affari per il 2020 dovrebbe attestarsi al -23%; guardando al futuro, ci sarà una ripresa a partire dal 2021 con un raggiungimento dei livelli pre-crisi previsto nel 2023. Nel 2019 il settore moda italiano ha registratoun giro d’affari totale di 71,1 miliardi di euro, con una crescita media annua delle vendite nel 2015-2019 del 4,8%. Cresce anche il peso del comparto sul Pil nazionale. Tra i settori spicca l’abbigliamento, che da solo determina il 42,9% dei ricavi aggregati, seguito dalla pelletteria. Quanto alla crescita media annua delle vendite nel 2015-2019 si distingue, invece, la gioielleria seguita dal comparto pelli, cuoio e calzature. Si conferma importante la presenza di gruppi stranieri nella moda italiana: 71 delle 177 aziende hanno una proprietà straniera e controllano il 37,2% del fatturato aggregato. La proiezione internazionale è una delle caratteristiche più rappresentative delle società manifatturiere della moda italiana: il 66,5% del fatturato complessivo proviene, infatti, dall’estero, con in testa il tessile. Cresce anche l’occupazione, con più di 43.700 nuovi addetti, per una forza lavoro totale di 303mila unità a fine 2019. Bene soprattutto la gioielleria e il comparto pelli, cuoio e calzature. Le aziende quotate con la quota di maggioranza in capo a una famiglia registrano l’ebit margin migliore e al contempo si mostrano più propense all’export.
Dall’analisi della varietà di genere nei board delle 80 multinazionali mondiali della moda emerge che la presenza femminile cala all’aumentare del livello di responsabilità in azienda: la quota di donne sul totale della forza lavoro è mediamente pari al 65,9%, ma scende al 29,3% a livello di Cda. I gruppi statunitensi hanno più consiglieri donna rispetto a quelli europei. Ampiamente sopra la media europea si collocano i player francesi e britannici con una quota di donne presenti nei Cda pari rispettivamente al43,1% e 36,9%. I gruppi italiani si fermano al 21,3%. Le meno rappresentate nelle loro aziende sono le donne giapponesi: solo una ogni dieci consiglieri.
Dall’analisi dei bilanci di sostenibilità 2019 emerge che le multinazionali mondiali della moda si sono impegnate per un futuro più sostenibile ponendo maggior attenzione alla salvaguardia dell’ambiente. Diminuiscono i consumi idrici, le emissioni di CO2, i rifiuti prodotti e aumenta il ricorso all’energia elettrica rinnovabile. Mediamente più sostenibili i gruppi statunitensi rispetto a quelli europei:solo in un indicatore, quello dell’utilizzo di energia rinnovabile, i gruppi europei si posizionano meglio degli statunitensi, attingendo da fonti green il 59% del proprio fabbisogno energetico rispetto al 38% degli americani. Sempre dall’analisi dei bilanci di sostenibilità emerge chei fornitori dei maggiori player mondiali del fashion sono localizzati per il 63% in Asia, per il 28% in Europa e per il 5% in Nord America, con punte di oltre il 90% in Asia per il fast fashion e l’abbigliamento e calzature sportive. Infine, un segnale inequivocabile dell’eccellenza della filiera italiana:mediamente oltre un quarto dei fornitori dei gruppi europei della moda ha sede in Italia, con picchi di oltre l’80% nella fascia alta del mercato.

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